Gli stati molteplici dell'essere
L’ordinamento in forma gerarchica degli stati molteplici nella realizzazione effettiva dell’essere totale permette di comprendere come bisogna considerare quelle che, da un punto di vista puramente metafisico, vengono normalmente definite col termine di «gerarchie spirituali».

Con questo nome vengono di solito indicate gerarchie di esseri differenti dall’uomo e differenti fra loro, come se ogni grado fosse occupato da esseri particolari, limitati rispettivamente agli stati corrispondenti; ma la concezione degli stati molteplici ci dispensa evidentemente dal considerarli sotto questo aspetto, che può anche essere legittimo per la teologia o per altre scienze o speculazioni particolari, ma che non ha nulla di metafisico.

L’esistenza di esseri extra-umani o sopra-umani, che, comunque vengano designati, possono evidentemente appartenere ad un’indefinità di sorte, ci interessa in fondo ben poco; abbiamo certamente buone ragioni per ammetterne l’esistenza, se non altro perché vediamo anche esseri non umani nel mondo che ci circonda, e devono quindi esistere negli altri stati esseri che non passano per la manifestazione umana (se non altro, quelli che in questo mondo sono rappresentati da tali individualità non umane), ma non abbiamo tuttavia alcun motivo di occuparcene più di quanto non ci occupiamo degli esseri infra-umani, che pure esistono, e che potrebbero dunque lo stesso titolo essere presi in esame.

E dal momento che uno studio a carattere metafisico o pseudo-metafisico avente per oggetto la classificazione dettagliata degli esseri non umani appartenenti al mondo terrestre non è neppure lontanamente concepibile, non si vede perché ciò dovrebbe invece avvenire per esseri esistenti in altri mondi, e cioè occupanti altri stati che, anche se sono superiori rispetto al nostro, appartengono pur sempre al dominio della manifestazione universale.

È tuttavia comprensibile che i filosofi, avendo sempre limitato l’essere ad un solo stato, e considerato l’uomo, nella sua individualità più o meno estesa, come un tutto a se stante, posti di fronte ad una concezione seppur vaga di altri gradi dell’Esistenza universale, non abbiamo potuto fare a meno di attribuire questi gradi ad esseri del tutto estranei a noi, salvo che per quanto è comune ad ogni essere; d’altro canto, la tendenza all’antropomorfismo li ha spesso portati ad esagerare quanto vi è di comune nelle nature, attribuendo loro facoltà non sono analoghe, ma simili o addirittura identiche a quelle appartenenti all’uomo individuale [Gli stati angelici sono gli stati sopra-individuali che costituiscono la manifestazione informale, ma non si può attribuire agli angeli nessuna facoltà di ordine puramente individuale: per esempio, come abbiamo già spiegato, non li possiamo supporre dotati di ragione, essendo questa una caratteristica esclusiva dell’individualità umana; essi non possono avere che un modo di intelligenza puramente intuitivo].

In realtà, gli stati di cui parliamo differiscono dallo stato umano incomparabilmente più di quanto nessun filosofo dell’Occidente moderno abbia mai potuto immaginare; ma tuttavia, e indipendentemente dagli esseri che attualmente li occupano, essi possono essere realizzati da ogni altro essere, ed anche da quello che è un essere umano in un altro stato della manifestazione; se così non fosse, come abbiamo già detto, non si potrebbe parlare di totalità di un essere, poiché questa totalità, per essere effettiva, deve comprendere necessariamente tutti gli stati di manifestazione (formale ed informale) e di non-manifestazione, realizzati secondo le possibilità dell’essere considerato.

Abbiamo d’altronde osservato che tutto ciò che si dice teologicamente degli angeli può essere detto metafisicamente degli stati superiori dell’essere [L’uomo e il suo divenire secondo il Vedanta, cap. x. Il trattato «De Angelis» di San Tommaso D’Aquino è particolarmente indicativo a questo riguardo], è analogamente, nel simbolismo astrologico del Medio Evo, i «Cieli», e cioè le differenti sfere planetarie e stellari, non solo rappresentano questi stessi stati, ma anche i gradi iniziatici ai quali corrisponde la loro realizzazione [v. L’esoterismo di Dante]; ed ancora, nella tradizione indù i Deva e gli Asura rappresentano rispettivamente gli stati superiori ed inferiori rispetto allo stato umano [Il Simbolismo della Croce, cap. XXV].

Sia ben chiaro che tutto ciò non esclude ogni possibile modo di realizzazione per altri esseri, così come esistono modi di realizzazione propri all’essere umano (quando il suo stato individuale viene preso come base e punto di partenza per la realizzazione); ma questi modi, a noi estranei, non ci interessano, come non ci interessano tutte le forme che non saremo mai chiamati a realizzare (e prendiamo ad esempio le forme animali, vegetali e minerali del mondo corporeo) perché realizzate da altri esseri nell’ordine della manifestazione universale, la cui indefinità esclude ogni possibilità di ripetizione [v. ibid. cap. XV].

Ne risulta che per gerarchie spirituali non possiamo intendere altro che l’insieme degli stati dell’essere superiori all’individualità umana, e più particolarmente gli stati informali o sopra-individuali, che d’altronde dobbiamo considerare realizzabili, per l’essere che si trova nello stato umano, anche nel corso della sua esistenza corporea e terrestre. In effetti, questa realizzazione è essenzialmente implicita nella totalizzazione dell’essere, e cioè nella «Liberazione» (Moksha o Mukti) che scioglie l’essere da ogni suo legame con condizioni speciali di esistenza e che, non comportando ripartizioni di gradi, è sempre completa e perfetta, sia quando è ottenuta come «liberazione in vita» (Jivan-mukti) che nel caso della «liberazione al di là della forma» (videha-mukti), conformemente a quanto abbiamo già spiegato in un nostro precedente studio [L’uomo e il suo divenire secondo il Vedanta, cap. XXIII].

Non può dunque esservi alcun grado spirituale superiore a quello dello Yogi, il quale essendo giunto alla «Liberazione», che è poi l’«Unione» (Yoga), o l’«Identità Suprema», non ha null’altro da ottenere; ma se il fine da raggiungere è uguale per tutti gli esseri, è anche vero che ciascuno lo raggiunge seguendo la sua «via personale», e quindi attraverso modalità suscettibili di indefinite variazioni.

Da quanto abbiamo spiegato si può dunque capire come possano esservi, nel corso della realizzazione, molte e differenti tappe, percorribili successivamente o simultaneamente a seconda dei casi, le quali, riferendosi ancora a stati determinati, non devono tuttavia essere mai confuse con la liberazione totale che ne rappresenta il termine o il risultato ultimo [cfr. ibid. capp. XXI e XXI]: esse possono essere considerate come altrettanti gradi di queste «gerarchie spirituali», qualunque sia la classificazione che si vorrà eventualmente adottare per indefinibilità delle loro modalità possibili, classificazione che dipenderà naturalmente dal punto di vista che verrà assunto all’occasione [Poiché i diversi stati che queste «gerarchie spirituali» comportano sono realizzati dall’acquisizione di altrettanti gradi iniziatici effettivi, esse corrispondono a ciò che l’esoterismo islamico chiama le «categorie dell’iniziazione» (Tartibut-tasawwuf); ricorderemo in modo particolare, a questo proposito, il trattato di Mohyiddin ibn Arabi che porta precisamente questo titolo].

È essenziale osservare, a questo punto, che i gradi di cui parliamo, e che rappresentano stati ancora contingenti e condizionati, metafisicamente non hanno in sé alcuna importanza, ma ne assumono una solo in funzione del fine unico a cui essi tendono, e ciò proprio perché li consideriamo come gradi, e rappresentano per così dire una preparazione. Non vi è d’altronde alcuna possibilità di paragone fra uno stato particolare, per elevato che sia, e lo stato totale ed incondizionato; non bisogna mai dimenticare che, rapportata all’Infinito, tutta la manifestazione è rigorosamente nulla e nulle devono essere evidentemente le differenze fra gli stati che di essa fanno parte, per considerevoli che siano in se stesse quando si prendono in esame i diversi stati condizionati di cui segnano la separazione.

Se il passaggio a certi stati superiori può rappresentare, rispetto allo stato preso come punto di partenza, un avvio verso la «Liberazione», deve essere tuttavia ben chiaro che questa, una volta realizzata, implicherà sempre una discontinuità in rapporto allo stato nel quale si troverà attualmente l’essere che l’avrà ottenuta; e qualunque sia questo stato, non si tratterà di una discontinuità «più» o «meno» profonda, poiché in ogni caso fra lo stato dell’essere «non liberato «e lo stato dell’essere «liberato», non può esservi alcun rapporto simile a quelli esistenti fra i diversi stati condizionati [v. L’uomo e il suo divenire secondo il Vedanta, cap. XX].

Proprio in virtù dell’equivalenza fra tutti gli stati di fronte all’Assoluto, quando la meta finale sia stata raggiunta in uno qualsiasi dei gradi di cui si è detto, non è affatto necessario che l’essere li abbia prima percorsi tutti distintamente; in quel momento egli li possiede tutti, per così dire, «in sovrappiù», come elementi integranti della sua totalizzazione. D’altra parte, l’essere che totalizza in sé tutti gli stati, può sempre evidentemente venire considerato nei suoi rapporti con uno qualsiasi di essi e come se effettivamente vi fosse «situato», benché in realtà si trovi al di là di tutti gli stati e li contenga tutti, lungi dal poter essere contenuto da questi.

Potremmo anche dire che in tal caso si tratta semplicemente di aspetti diversi che in qualche modo rappresentano varie «funzioni» di quest’essere, il quale però non risulta per nulla modificato dalle loro condizioni, che per lui hanno ormai un’esistenza soltanto illusoria, poiché, essendo veramente «sé», egli gode di uno stato essenzialmente incondizionato.

In questo modo dunque l’apparenza formale, o anche corporea, può ancora sussistere per l’essere che è « liberato in vita» (jivan-mukta) è che «durante la sua permanenza nel corpo non è vincolato dalle proprietà di questo, così come il firmamento non è vincolato da ciò che fluttua nel suo seno» [Atmabodha di Shankaracharya (ed anche L’uomo e il suo divenire secondo il Vedanta, cap. XXIII)]; ed esso permane «non vincolato» da tutte le possibili contingenze, qualunque sia lo stato, individuale o sopra-individuale, e cioè formale o informale, a cui queste si riferiscono nell’ordine della manifestazione, il quale non è, in fondo, che la somma di tutte le contingenze.

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